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Il dottore tutto pazzo: un Commodore 64, una porta chiusa e il mestiere di capire
Un bambino come tanti #
Da bambino, come tanti, volevo fare il veterinario. Mi piacevano gli animali e la natura, e curarli mi sembrava il mestiere più bello del mondo.
Probabilmente anche tu, a quell’età, avevi una risposta pronta alla domanda «cosa farai da grande?». E probabilmente anche la tua, a un certo punto, ha preso un’altra strada.
La mia l’ha presa nel 1983, quando mio padre comprò un Commodore 64.
READY. #
Se hai più o meno la mia età, lo ricordi: il biscottone color nocciola attaccato al televisore, i tasti che suonavano come una macchina da scrivere, lo schermo blu con il bordo azzurro e la scritta che una generazione intera conosce ancora a memoria.
**** COMMODORE 64 BASIC V2 ****
64K RAM SYSTEM 38911 BASIC BYTES FREE
READY.
Sotto, un cursore che lampeggiava in attesa di istruzioni.
Chi aveva il registratore a cassette ricorda PRESS PLAY ON TAPE, le strisce colorate sul bordo dello schermo e la speranza che il gioco partisse al primo colpo. Chi passava in edicola ricorda le cassette con dieci giochi dentro e i titoli tradotti in un italiano tutto da decifrare. Eravamo tutti sulla stessa barca, e la barca caricava in cinque minuti.
Mio padre, insieme al computer, aveva dei libri pieni di programmi in BASIC da ricopiare. Pagine di righe numerate di dieci in dieci e, alla fine, quando avevi copiato bene, un gioco. Quando avevi copiato male, dopo due ore di battitura, il Commodore te lo diceva con una franchezza tutta sua: ?SYNTAX ERROR IN 340. La riga 340 era perfetta, identica al libro. La causa stava nella 330, dove un punto e virgola era diventato due punti. Senza saperlo, imparavo la prima regola di ogni diagnosi: il sintomo compare in un punto, la causa spesso sta un po’ più in alto.
La regola del gioco era chiara: il listato si ricopia identico, e il veterinario resta il piano per il futuro.
Il dottore tutto pazzo #
Uno di quei programmi si chiamava «Il dottore tutto pazzo». Ti faceva una serie di domande, una specie di anamnesi, e alla fine, in base alle risposte, emetteva una diagnosi goliardica e spiritosa.
Un giorno, avevo più o meno dieci anni, ero arrabbiato con mio padre. Invece di sbattere una porta, aprii il programma e lo modificai: quando rispondeva lui, il dottore concludeva sempre che era «cattivo e antipatico». Il listato originale non posso mostrartelo; questa è una ricostruzione, per dare l’idea:
500 REM LA DIAGNOSI
510 IF N$="PAPA'" THEN PRINT "SEI CATTIVO E ANTIPATICO": END
520 PRINT "HAI UN ATTACCO ACUTO DI..."
L’apostrofo al posto dell’accento è autentico spirito dell’epoca: il Commodore le lettere accentate non le aveva. Il rispetto, quel pomeriggio, scarseggiava anche nel codice.
Mio padre non poteva arrabbiarsi, perché a parlare era il dottore. Un’immunità diplomatica perfetta, costruita in BASIC da un bambino che non sapeva nemmeno cosa fosse un’immunità diplomatica. E soprattutto era contento: avevo fatto una cosa che nel libro non c’era. Avevo capito il programma di qualcun altro abbastanza da cambiarlo.
Da quel giorno i suoi libri smisero di essere pagine da ricopiare e diventarono compagni di strada. Ogni listato era un meccanismo da smontare per capire come funzionava.
Si fa risolvere i problemi invece di studiare #
Alle medie scrivevo programmi miei. Risolvevano problemi di geometria e di algebra: inserivi i dati, e il programma svolgeva e mostrava tutti i passaggi fino al risultato.
La professoressa non ne capiva il senso, e aveva le sue ragioni. Erano i primi anni in cui i computer entravano nelle case delle famiglie, e per molti adulti erano ancora oggetti misteriosi. Disse a mio padre di togliermi il computer, perché altrimenti la matematica non l’avrei imparata mai. Il suo commento fu: «Si fa risolvere i problemi invece di studiare».
Oggi la capisco. Davanti a una tecnologia che conosceva poco, voleva proteggere il mio imparare, e da fuori un ragazzino con un computer che svolge le equazioni sembra uno che ha trovato una scorciatoia.
La scorciatoia non esisteva. Il Commodore non sapeva nulla di triangoli: ogni passaggio glielo dovevo insegnare io. Saper risolvere un problema di geometria sul quaderno è una cosa; saperlo spiegare a una macchina, passaggio per passaggio, senza lasciare niente all’intuito, è un’altra, e richiede di aver capito l’argomento molto più a fondo. A pensarci bene, vale anche quando a doverlo capire è una persona.
La porta chiusa a chiave #
Mio padre tornò dal colloquio e prese la professoressa sul serio. Mise il Commodore nella camera da letto sua e di mia madre, e chiuse la porta a chiave.
Una porta chiusa a chiave dice due cose: che dentro c’è qualcosa di prezioso, e che qualcuno ha deciso che non è per te. Mio padre intendeva la seconda. Io sentii soltanto la prima.
Quasi in crisi di astinenza, studiai la situazione come un listato che non partiva. Servivano tre cose: un pomeriggio senza genitori, un complice e una chiave. I pomeriggi c’erano, perché i miei uscivano e a casa restavamo io e mio fratello. Il complice lo corruppi con un gelato: la mia prima negoziazione, e ancora oggi una delle più convenienti. La chiave la comprai dal ferramenta: un passpartout.
La porta si aprì. Ogni volta che i miei erano fuori montavo il Commodore, e il cursore tornava a lampeggiare. Prima del loro rientro smontavo tutto e rimettevo ogni cosa al suo posto. Mio padre lo scoprì soltanto mesi più tardi.
Non la racconto come un’impresa da imitare. La racconto per le tre lezioni che ci ho trovato dentro, da grande. La chiave chiudeva il computer; la curiosità restava libera. Un passpartout apre tante porte perché nasce da qualcuno che ha capito come sono fatte le serrature. E chi apre una porta si prende la responsabilità di quello che trova dentro.
Il paziente è cambiato #
A tredici anni dissi a mio padre che avrei fatto il programmatore di videogiochi. Videogiochi non ne ho mai scritti. Nel 1994 mi sono iscritto a Ingegneria Informatica a Roma Tre, e da lì sono arrivati trent’anni di database e di sistemi che reggono banche, assicurazioni e telecomunicazioni.
Il bambino che voleva curare gli animali, a modo suo, ha trovato il suo mestiere. Un sistema che rallenta o si ferma manda sintomi, raramente spiegazioni. Il lavoro comincia da un’anamnesi, come quella del dottore tutto pazzo, e arriva a una diagnosi da spiegare passaggio per passaggio, come nei programmi di geometria, a chi deve prendere una decisione.
Dietro ogni sistema ci sono persone: il team che lo tiene in piedi, chi viene chiamato di notte, chi il giorno dopo deve rispondere a un consiglio di amministrazione. Curare un sistema vuol dire, prima di tutto, permettere a loro di lavorare tranquilli.
Di porte chiuse ne incontro ancora. Il passpartout è rimasto lo stesso: capire come è fatta la serratura. Con una differenza importante: oggi le chiavi me le consegnano i clienti, e custodirle è la parte del lavoro che prendo più sul serio.
C’è una frase che, nel lavoro di tutti i giorni, mi segnala una porta chiusa più di qualunque allarme: «si è sempre fatto così». La sento davanti a un batch che nessuno tocca da anni, a una configurazione ereditata, a un controllo che si ripete senza più ricordare perché. È una frase comprensibile, spesso detta da persone brave e stanche. Ed è spesso proprio lì che si nasconde la riga 330.
Il dottore, nel frattempo, è diventato parecchio meno pazzo.
Proprio come te #
Il merito di questa strada è di persone normali.
Prima di tutto di mio padre. Nel 1983 portò in casa un computer quando in pochi sapevano cosa farci. Lasciò che suo figlio mettesse le mani nei programmi dei suoi libri, e incassò un «cattivo e antipatico» con una certa soddisfazione, perché aveva visto qualcosa che il libro non conteneva. E anche chiudendo quella porta a chiave, senza volerlo, mi ha insegnato quanto valeva quello che c’era dentro, e a non fermarmi davanti a un «no» prima di averne capito il perché.
Poi di una professoressa che, con gli strumenti di quegli anni, voleva proteggere il mio imparare. E di un fratello che ha tenuto un segreto per mesi, al prezzo di un gelato.
Se anche tu hai cominciato davanti a un cursore che lampeggiava, sai di cosa parlo. E se oggi hai davanti una riga 340 che sembra perfetta, la domanda utile è una sola: dove sta la riga 330?
Glossario #
BASIC — BASIC è un linguaggio di programmazione interpretato degli anni ‘80, progettato per home computer con righe numerate e sintassi leggibile anche da non specialisti.
